Prove
dagli annali di Cornelio Tacito
Cominciamo con un passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce
"probabilmente il riferimento più importante a Gesù
al di fuori del Nuovo Testamento".
Cornelio
Tacito è comunemente riconosciuto come storico tra i più
scrupolosi, come ci attesta anche l'antica testimonianza di Plinio il
Giovane che ne loda la diligenza; Tacito si dedicò infatti con
gran scrupolo alla raccolta di informazioni e notizie, utilizzando non
solo fonti letterarie, ma anche documentarie. Per la sua posizione politica,
egli aveva accesso agli acta senatus (i verbali delle sedute del senato
romano) e gli acta diurna populi romani (gli atti governativi e le notizie
su ciò che accadeva giorno per giorno).
Riportando
la decisione dell'imperatore Nerone di riversare sui Cristiani la colpa
dell'incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., Tacito scrisse:
"Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime
coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze,
denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale
sotto l'impero di Tiberio era stato condannato all'estrema condanna
dal procuratore Ponzio Pilato" (Tacito, Annali XV, 44).
Cosa possiamo apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento
a Gesù e ai primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito
riporta che il titolo di Cristiani deriva da una persona realmente esistita,
chiamata Christus, il nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha
subìto "l'estrema condanna", alludendo ovviamente al
metodo romano di praticare l'esecuzione capitale mediante la crocifissione.
Questi avvenimenti sono avvenuti "durante il regno di Tiberio"
e per decisione di Ponzio Pilato. Ciò conferma le affermazioni
del Vangelo sulle circostanze della morte di Gesù.
Tacito
riporta anche le seguenti notizie sulla persecuzione verso i cristiani:
"Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di
belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad
altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d'illuminazione notturna,
una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini
per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di
auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il
suo carro. . . . [I cristiani] erano annientati non per un bene pubblico,
ma per soddisfare la crudeltà di un individuo."
Come Tacito, anche Svetonio (120 d.C.), scriba dell'imperatore Adriano,
fa riferimento a Gesù ed i suoi seguaci nelle Epistole (X, 96).
Nella "Vita di Claudio", inoltre, egli scrive: "Claudio
espulse i giudei da Roma, visto che sotto l'impulso d'un certo Christus
non cessavano di agitarsi" (Claudius 25).
Ci sono inoltre altri autori antichi, fra i quali Epitteto, Galeno,
Celso, l'imperatore Marco Aurelio, il siriaco Mara Bar Serapion e Luciano
di Samosata; questi e altri hanno fatto allusioni a Gesù e ai
cristiani.
(N.d.r.: Per quanto riguarda i commenti sulle "nefandezze"
di cui si accusavano i Cristiani, si rimanda alle note a fine pagina).
Prove
da Plinio il Giovane
Un'altra importante fonte di prove storiche su Gesù e sui primi
Cristiani si trova nelle lettere di Plinio il Giovane all'imperatore
Traiano. Plinio fu allievo del famoso retore Quintiliano, ed era il
governatore romano di Bitinia, in Asia Minore, e del Ponto. Egli ci
ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l'ultimo
dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l'imperatore Traiano.
Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato
di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria
di eccezionale importanza.
In una delle sue lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più
appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate
di essere Cristiane (cfr. Plinio, Epistole X,96).
Plinio dichiara di avere necessità di consultare l'imperatore
riguardo a tale questione, poiché un gran numero di persone,
di ogni età, sesso e ceto sociale, erano state accusate di essere
Cristiani.
Il procedimento di Plinio è il seguente: egli interroga i presunti
Cristiani, e se essi risultano tali, e non ritrattano entro il terzo
interrogatorio, li manda a morte. Per coloro che neghino di essere Cristiani,
o dicano di esserlo stato in passato, anche vent'anni prima (allusione
alle apostasie dovute alla persecuzione di Domiziano?), egli pretende
la dimostrazione di quanto affermano, inducendoli a sacrificare agli
dei, a venerare l'effigie dell'imperatore e a imprecare contro Gesù
Cristo.
A un certo punto della sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni
sui Cristiani:
"Essi avevano l'abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito
prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo,
come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun
delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare alla
parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito;
dopo ciò, era loro uso sciogliere l'assemblea e riunirsi poi
nuovamente per partecipare al pasto - un cibo di tipo ordinario e innocuo"
(Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson,
vol. II, X,96).
Questo passaggio ci fornisce un interessante scorcio della vita e delle
pratiche dei primi Cristiani. Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani
si incontravano regolarmente un certo giorno per adorare. Poi, leggiamo
che la loro adorazione era diretta a Cristo, e ciò dimostra che
essi credevano fermamente nella Sua divinità.
Inoltre, la frase di Plinio che sottolinea come i Cristiani cantassero
inni a Cristo "come a un dio", viene interpretata da uno studioso
come riferimento al fatto singolare che, "a differenza degli dèi
che venivano adorati dai romani, Cristo era una persona che era vissuta
sulla terra" (M. Harris, "References to Jesus in Early Classical
Authors"). Se questa interpretazione è corretta, allora
Plinio comprendeva che i Cristiani stavano adorando una persona realmente
esistita che però reputavano essere Dio stesso. Questa conclusione
concorda perfettamente con la dottrina della Bibbia secondo cui Gesù
è Dio ma venne nel mondo come uomo.
Non solo la lettera di Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani
credevano sulla persona di Gesù, ma rivela anche la grande considerazione
in cui tenevano i Suoi insegnamenti. Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani
"pronunciavano il voto solenne" di non violare alcuno standard
morale, il che trova la sua fonte negli insegnamenti e nell'etica di
Gesù. Inoltre, il riferimento di Plinio all'usanza Cristiana
di condividere un pasto comune fa evidentemente riferimento alla loro
osservanza di prescrizioni Cristiane come la comunione fraterna e lo
"spezzare il pane" insieme, di cui parla il Nuovo Testamento
(Habermas, "The Historical Jesus").
Plinio sottolinea anche che il loro era "un cibo di tipo ordinario
e innocuo", quindi rigetta le false accuse di "cannibalismo
rituale" sollevate da alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce,
"Christian Origins", 28), insieme ad altre simili dicerie
(infanticidio, riunioni edipodee e cene tiestee in cui ci si cibava
di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi membri di sodalizi
sovversivi.
Circa le molte calunnie contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto
leva Nerone per accusarli dell'incendio di Roma), il cartaginese Quinto
Settimio Fiorente Tertulliano (160-222 circa), avvocato e letterato,
dichiarò espressamente che esse non avevano nulla a vedere con
i motivi delle sentenze di morte: "Le vostre sentenze", scrive,
"muovono da un solo delitto: la confessione dell'essere cristiano.
Nessun crimine è ricordato, se non il crimine del nome".
Egli anzi cita la formula di queste sentenze: "In fin dei conti,
che cosa leggete dalla tavoletta? 'Egli è cristiano.' Perché
non aggiungete anche omicida?".
Prove
da Giuseppe Flavio
Quelli che forse sono i riferimenti più notevoli a Gesù
al di fuori della Bibbia, si trovano negli scritti di Giuseppe Flavio,
uno storico giudeo-romano del primo secolo (nacque nel 37 d.C.), che
fu prima delegato del Sinedrio e governatore della Galilea, ed in seguito
consigliere al servizio dell'imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito.
Nelle sue "Antichità giudaiche", egli menziona diverse
volte Gesù e i Cristiani. In uno dei riferimenti descrive l'illegale
lapidazione dell'apostolo Giacomo, che era a capo della comunità
cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato
del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: "Anano ...
convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù,
detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione
della legge e condannandoli alla lapidazione" (Ant. XX, 200). Questa
descrizione combacia con quella fatta dall'apostolo Paolo in Galati
1:19, dove egli parla di "Giacomo, il fratello del Signore".
In un altro passo, Giuseppe Flavio menziona la figura di Giovanni Battista;
Erode Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva
ripudiato la figlia di Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò
dal proprio padre. Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto,
e questo è il commento di Giuseppe Flavio:
"Ad alcuni dei Giudei parve che l'esercito di Erode fosse stato
annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l'uccisione
di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel
buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano
la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme
al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo,
non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione
del corpo, in quanto certamente l'anima è già purificata
in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre
persone - infatti provarono il massimo piacere nell'ascoltare i suoi
sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere
la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti
a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio,
prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo
l'iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette
in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu
mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà
fu ucciso" (Antichità XVIII,116-119).
Altrettanto interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo
della stessa opera, conosciuto come "Testimonium Flavianum",
nel quale leggiamo (libro 18, capitolo 3, paragrafo 3):
"Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è
lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro
di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò
a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo.
E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì
di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli
infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già
annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo
a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli
che, da costui, sono chiamati Cristiani" (Giuseppe Flavio, Antichità
XVIII, 63-64).
Giuseppe Flavio menziona anche Giovanni il Battista, e Giacomo il fratello
di Gesù. Egli parla inoltre del battesimo praticato da Giovanni
il Battista, dei suoi discepoli, della sua condanna a morte sotto Erode
(Antichità XVIII, 5). E' interessante la seguente citazione dal
libro 20 capitolo 9 paragrafo 1 della sua opera:
"Festo era ora morto, e Albino era per la strada; così riunì
il Sinedrio dei giudici, e portò dinanzi a loro il fratello di
Gesù che era chiamato Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni
altri, e quando ebbe formato un'accusa contro di loro come violatori
della legge, li consegnò loro per essere lapidati" (Giuseppe
Flavio, ibid.).
Alcuni studiosi esprimono dubbi sull'autenticità del primo brano
di questi due brani; ritengono infatti che Giuseppe Flavio sia realmente
l'autore del brano, ma che questo possa essere stato alterato da qualche
Cristiano. Il motivo di questi dubbi è che Giuseppe Flavio non
era un Cristiano, e quindi essi trovano difficile credere che egli potesse
fare affermazioni in favore della divinità di Cristo. Ad esempio,
l'affermazione che Gesù era "un saggio" la ritengono
originale, mentre sospettano la frase "se è lecito chiamarlo
uomo", in quanto essa lascia scorgere l'idea che Gesù potesse
essere di natura divina. Allo stesso modo, trovano difficile che un
non cristiano possa attribuire a Gesù il titolo di "Cristo".
Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu precisamente
quello che fece Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei
miracoli di Gesù, ma che Gesù non volle compiere alcuno
dei miracoli che Erode gli chiese di fare. Né Pilato né
Erode erano Cristiani. Dopo la morte di Gesù, persino il centurione
romano che era con le guardie arrivò a dire: "veramente
costui era Figlio di Dio" (Matteo 27:54).
Anche
lo storico Eusebio, vissuto agli inizi del IV secolo, conosceva questo
passaggio di Giuseppe Flavio e lo accettò come originale; lo
stesso fecero Girolamo e Ambrogio. Persino il tedesco A. von Harnack,
noto per le sue violente critiche, lo considerò originale.
Roger
Liebi scrive: "...dal punto di vista della critica dei testi (cioè
dall'esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato
neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione. Vi è
da aggiungere l'interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha
conosciuto questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi
scritti. Una volta nella «Storia della chiesa» I,12 e una
volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5. Vi è
pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno
dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti
Giuseppe Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate
peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe
Flavio".
Lo
studioso A. Nicolotti commenta: "...se il passo su Gesù
fosse stato costruito a tavolino da un interpolatore cristiano, sarebbe
stato verosimilmente inserito subito dopo il resoconto di Giuseppe su
Giovanni Battista, mentre in Giuseppe l'accenno a Gesù non segue
il racconto di Giovanni. D'altra parte, sarebbe strano che Giuseppe
abbia omesso di registrare qualche informazione su Gesù, dato
che si occupa del Battista, di Giacomo e di altri personaggi del genere;
né il cristianesimo, da storico qual era, gli poteva essere ignoto,
essendo a quei tempi penetrato fin nella famiglia imperiale. Quando
poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo, invece di indicare
come si faceva di solito il nome del padre per identificarlo (Giacomo
figlio di...), lo chiama "fratello di Gesù detto il Cristo",
senza aggiungere altro, lasciando intendere che questa figura era già
nota ai suoi lettori. Se a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe
parla già di altri "profeti" (come appunto Giovanni,
oppure Teuda), è perfettamente plausibile che si sia occupato
anche di Cristo".
In
ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti "sospetti"
di questo passaggio, che diversi studiosi di larga fama (F. K. Burkitt,
C.G. Bretschneider, A. von Harnack e R.H.J. Schutt) hanno invece difeso,
rimane ugualmente una buona quantità di informazioni che avvalorano
la visione biblica di Gesù. Leggiamo che era "un uomo saggio"
e che "compì opere straordinare". E sebbene fosse stato
crocifisso per mano di Pilato, i Suoi seguaci "non scomparvero",
ma anzi continuarono a seguire la via di Cristo e furono conosciuti
come Cristiani. Quando combiniamo queste affermazioni con la frase di
Giuseppe: "Gesù, detto Cristo", ne emerge un quadro
piuttosto dettagliato che si armonizza bene con i resoconti biblici.
Appare sempre più evidente che il "Gesù biblico"
e il "Gesù storico" sono la stessa persona.
Prove
dal Talmud Babilonese
Ci sono solo pochi riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese,
una collezione di scritti rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500
d.C. circa. Il primo periodo di compilazione del Talmud è il
70-200 d.C. (Habermas, ibid.). Il passaggio più significativo
che fa riferimento a Gesù è il seguente:
"Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta
giorni prima dell'esecuzione, un araldo . . . gridava: "Egli sta
per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto
Israele verso l'apostasia" (Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein,
vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B, 43b).
Esaminiamo questo passaggio. "Yeshu" (o "Yeshua")
è il nome di Gesù in lingua ebraica. Ma allora perché
è scritto che Gesù "fu appeso"? Il Nuovo Testamento
non dice che Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il
termine "appeso" indica proprio la crocifissione. Ad esempio,
in Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu "appeso", in Atti 10:39
che fu "appeso al legno", e in Luca 23:39 questo termine viene
usato anche per i criminali che furono crocifissi assieme a Gesù.
Troviamo questo termine anche in Giuseppe Flavio.
Il Talmud afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia
della Pasqua ebraica, proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo
26:2; 27:15).
Ma che dire allora dell'annuncio dell'araldo, secondo cui Gesù
sarebbe dovuto essere lapidato? La condanna che avevano in mente i Giudei
era evidentemente la lapidazione (ciò si evince molto chiaramente
dal Nuovo Testamento in Giovanni 10:31-33, 11:8, 8:58-59). Furono i
Romani a cambiare tale giudizio, mutandolo in crocifissione (cfr. Giovanni
18:31-32).
Il passaggio spiega anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso.
Esso riporta che Egli praticava la "stregoneria" e che aveva
"condotto Israele verso l'apostasia". Dal momento che questa
affermazione proviene da una fonte ostile a Cristo, non meraviglia il
fatto che questi Ebrei descrivessero la situazione dal loro punto di
vista. È interessante, però, notare il parallelismo tra
queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel Nuovo Testamento.
Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo accusavano
di scacciare i demòni "con l'aiuto di Beelzebub, principe
dei demòni" (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è
una conferma del fatto che Gesù compì realmente delle
opere miracolose. A quanto pare i Suoi miracoli erano talmente reali
da non poter essere negati pubblicamente, dunque l'unica alternativa
era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso modo, l'accusa di aver
condotto Israele verso l'apostasia, collima con il racconto del Vangelo
secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di stare sovvertendo
la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5). Una simile accusa
da parte dei religiosi dell'epoca, non fa altro che confermare la realtà
della potenza degli insegnamenti di Gesù.
Dunque, se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma
diverse affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.
Prove
da Luciano
Il retore scettico Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo
il 180, attivo nell'età degli Antonini, ci ha lasciato un'opera
intitolata "La morte di Peregrino". In essa, egli descrive
i primi Cristiani nel seguente modo:
"I Cristiani . . . tutt'oggi adorano un uomo - l'insigne personaggio
che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso. .
. . Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti
fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò] negano
gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo
secondo le sue leggi" (Luciano, De morte Per., 11-13, trad. di
H.W. Fowler).
Sebbene Luciano si beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di seguire
"il saggio crocifisso" anziché "gli dèi
della Grecia", egli riporta diverse informazioni interessanti.
Innanzi tutto, egli dice che i Cristiani servivano "un uomo",
che "introdusse i loro nuovi riti". E sebbene i seguaci di
questo "uomo" avevano chiaramente un alto concetto di Lui,
molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi insegnamenti, al
punto che "per questo fu crocifisso".
Pur non menzionandone il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo
a Gesù. Ma cosa aveva fatto Gesù per farsi odiare fino
a questo punto? Secondo Luciano, aveva insegnato che tutti gli uomini
sono fratelli dal momento della loro conversione. E fin qui niente di
pericoloso. Ma cosa si intendeva con "conversione"? Significava
abbandonare gli dèi Greci, adorare Gesù, e vivere secondo
i Suoi insegnamenti. Non è difficile immaginare che una persona
venga uccisa per aver insegnato queste cose in quell'epoca.
Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il fatto che i
Cristiani rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù,
e facessero questo pur essendo consapevoli delle persecuzioni cui andavano
incontro, implica che per loro Gesù era senza dubbio più
che un essere umano. Perché tante persone arrivassero a questo,
rinnegando tutti gli altri dèi, appare evidente che per loro
Gesù era un Dio più grande di tutti gli altri dèi
che le religioni della Grecia potevano offrire!
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Ricapitoliamo,
dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù da questo studio
delle antiche fonti non cristiane.
Primo, sia Giuseppe Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era
un saggio. Secondo, Plinio, il Talmud, e Luciano, implicano che Egli
era un insegnante potente e riverito. Terzo, sia Giuseppe che il Talmud
indicano che Egli compì opere miracolose. Quarto, Tacito, Giuseppe,
il Talmud, e Luciano, menzionano tutti il fatto che Egli fu crocifisso.
Tacito e Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio Pilato.
E il Talmud dichiara che il periodo era quello della vigilia della Pasqua
ebraica. Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di
Gesù sia negli scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto,
Giuseppe racconta che i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse
il Cristo, cioè il Messia. E infine, sia Plinio che Luciano indicano
che i Cristiani adoravano Gesù come Dio.
Rendiamoci conto di come anche prendendo in considerazione alcuni degli
antichi scritti non cristiani, le verità su Gesù riportate
nei Vangeli sono da essi avvalorate e confermate. Naturalmente, oltre
alle fonti non cristiane ve ne sono anche innumerevoli Cristiane, come
conseguenza della conversione di tanti a ciò che era ed è
più che semplicemente un fatto storico.
Dato però che l'affidabilità storica dei Vangeli canonici
è così saldamente stabilita, e che tramite essi innumerevoli
persone hanno conosciuto Gesù personalmente nella loro vita,
vi invito a leggere direttamente i Vangeli per avere un resoconto autorevole
della vita di Gesù, e più ancora, per conoscerLo personalmente
nella vostra vita!
A
proposito delle dicerie diffuse sui Cristiani dei primi secoli
L'interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi alle dicerie in voga al
suo tempo, scriveva: "Essi [i Cristiani], raccogliendo dalla feccia
più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili
ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia
congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre
vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito,
ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge
la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano
ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dèi, scherniscono
i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo),
disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi!
[…] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e
si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col
manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto.
[…] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una
testa d'asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri
raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante
e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto
con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le
lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori
rotti ad ogni vizio l'altare che più ad essi conviene […]
Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto
innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano
poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra,
e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto,
è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente
una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme
nella complicità del buio, a sorte" (Octavius VIII, 4-IX,
7).
A
risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano
(Ho sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano
Giustino rivolgeva in quegli stessi anni ad un altro accusatore del
Cristianesimo, il filosofo cinico Crescente: "Veramente è
ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente
testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono
atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso
la folla, che resta ingannata" (II Apologia, VIII).
Si
noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già
circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito;
ma se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità,
come fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle.
Interessante
il riferimento al culto della testa d'asino, una vecchia accusa già
usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso
Giuseppe Flavio; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa,
un graffito di età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato
nell'antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con
testa d'asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione,
il tutto accompagnato dalla scritta: "Alessameno adora il suo Dio".
Note
storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi secoli
Publio Adriano, successore di Traiano, imperatore dal 117 al 138, ricevette
una lettera da Quinto Licinio Silvano Graniano, proconsole d'Asia nel
120 circa, nella quale si richiedevano istruzioni riguardo al comportamento
da tenersi con i Cristiani, spesso oggetto di delazioni anonime e accuse
ingiustificate. Egli rispose con un rescritto, che ci è pervenuto
nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, indirizzato al successore
di Graniano, Caio Minucio Fundano, in carica nel 122-123. In esso si
legge:
"Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente
questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare
in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o
clamori. E' infatti assai più opportuno che tu istituisca un
processo, se qualcuno vuole formalizzare un'accusa. Allora, se qualcuno
li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi
secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge
denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di
punirlo" (Hist. Eccl. IV, 9, 2-3).
Gli apologisti, a partire da Giustino, che riporta il testo di questo
rescritto in appendice alla sua prima Apologia, hanno interpretato favorevolmente
questa disposizione, vedendo nella richiesta di Adriano il primo tentativo
di distinguere tra l'accusa di nomen christianus e i suoi presunti flagitia;
il semplice nome cristiano non doveva essere perseguito, e gli eventuali
reati dovevano essere prima dimostrati tramite regolare processo, come
per qualsiasi cittadino. In tal guisa interpretano anche molti studiosi
moderni; tuttavia, ancora sotto Antonino Pio i Cristiani erano oggetto
di persecuzione solamente in quanto tali.
Il successore di Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal
161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua greca, un'opera in 12
libri, intitolata "A se stesso", nella quale raccolse massime,
pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto filosofico. In essa trova
spazio un accenno al martirio dei Cristiani:
"Oh, come è bella l'anima che si tiene pronta, quando ormai
deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere!
Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera
opposizione, come per i Cristiani" (Ad sem. XI, 3).
Come già Plinio il Giovane, così anche Marco Aurelio pare
essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che vanno incontro
al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per l'imperatore,
questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano
e ponderato, ma è il frutto di una "una mera opposizione".
Ed è proprio sotto l'impero di questo sovrano "saggio"
e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà
alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo,
Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di Lione.